Lievito madre: differenze col lievito di birra e perché dobbiamo tramandarlo e preservarlo

Il lievito madre (o pasta madre) è molto più di un ingrediente: è un ecosistema vivo fatto di lieviti e batteri “buoni” che, lavorando insieme, trasformano farina e acqua in un agente lievitante naturale capace di dare ai prodotti da forno profumo, struttura, digeribilità e durata. Non è un caso se, in panificazione e in pasticceria, viene spesso considerato il cuore di ogni impasto e il custode di una tradizione antichissima. In questo articolo vediamo insieme da dove nasce, come si è diffuso, in quali modi si conserva e si gestisce e perché è così importante nel mondo dei lievitati, soprattutto se confrontato con il lievito di birra.

Cos’è il lievito madre

Il lievito madre è un impasto di farina e acqua in cui si sviluppano naturalmente lieviti selvaggi, responsabili della produzione di gas e quindi della crescita dell’impasto, e batteri lattici, che producono acidi organici, i quali contribuiscono a creare conservabilità, “tenuta” dell’impasto e una nota aromatica caratteristica. 

La sua particolarità è che non è un prodotto “standard”: cambia nel tempo, si adatta all’ambiente e riflette metodi di lavorazione, clima, farine e routine di chi lo cura. Non a caso, molti panifici custodiscono lo stesso lievito madre per decenni, tanto da farlo diventare un protagonista fondamentale e riconoscibile della loro panificazione. Questo è quello che succede anche da noi. Il nostro lievito madre fa parte del nostro team da più di settant’anni ed è lui l’ingrediente fondamentale dei nostri lievitati e il registra delle nostre più belle storie di gusto. 

 

Origine e storia del lievito madre

La lievitazione naturale è antichissima: nasce quando l’uomo, impastando cereali macinati con acqua, si accorge che lasciando riposare l’impasto questo cambia, sviluppa gas e cresce. È, insomma, il frutto dell’osservazione e della pazienza. Prima ancora di conoscere microbiologia e fermentazioni, le civiltà antiche avevano già imparato a “tenere da parte” un pezzo di impasto per far partire quello successivo.

Nel tempo, le prove e le sperimentazioni si sono susseguite, fino a quando il lievito madre non è diventato:

  • un metodo di panificazione 
  • una tecnica di pasticceria 

e, in molti panifici, anche una tradizione familiare: un patrimonio vivo, tramandato e curato come parte dell’identità del forno e delle sue creazioni artigianali.  

 

Tipi di lievito madre e metodi di gestione: cosa cambia davvero

Quando diciamo “lievito madre” parliamo sempre della stessa base—farina e acqua che ospitano lieviti e batteri lattici—ma la gestione può cambiare molto. A fare la differenza sono tre fattori: temperatura, idratazione e frequenza dei rinfreschi. Sono loro che influenzano forza, acidità e profilo aromatico del lievito.

Nel lavoro artigianale il metodo più classico di gestione del lievito madre è quello della pasta madre solida, conservata in frigorifero e rinfrescata con regolarità. In pasticceria e nei grandi lievitati è molto diffusa anche la gestione “legata” (metodo di tradizione milanese), in cui dopo rinfresco, il panetto viene avvolto e stretto in una corda per mantenere più stabile il lievito; spesso questa routine include anche il bagnetto, cioè un lavaggio/ammollo controllato usato per riequilibrare l’acidità quando serve.

Diversa è la gestione in acqua: qui il lievito resta immerso in acqua in modo continuativo, e si interviene con rinfreschi secondo una routine specifica. È una gestione scelta proprio per mantenere il lievito solido più “in equilibrio” e controllarne l’acidità. 

Poi c’è la gestione del lievito madre che noi chiamiamo selvaggio, ovvero a temperatura ambiente, che richiede cura e controlli giornalieri. 

Infine, c’è il lievito madre in coltura liquida, il licoli, con idratazione tipicamente intorno al 100%: più comodo da gestire e da usare in certe lavorazioni. 

Noi utilizziamo tre tipi di gestione del lievito madre: quello selvaggio, quello a pasta solida e quello in acqua. Quest’ultimo ci è stato fortemente consigliato nella masterclass privata che abbiamo avuto con il grande Maestro Rolando Morandin per la gestione dei grandi lievitati: i nostri panettoni e le nostre colombe. 

 

Perché il lievito madre è così importante nella lievitazione

Il valore del lievito madre non è banalmente “solo romanticismo”, come si potrebbe pensare, ma si traduce praticamente in:

  • Complessità aromatica: i batteri lattici nella loro lenta lievitazione, producono composti aromatici che rendono l’impasto più ricco: note lattiche, leggermente acide, burrose, tostate, con una profondità sconosciuta ai lievitati veloci. 
  • Maglia glutinica più elastica: Con una gestione corretta, il lievito madre favorisce una maglia glutinica più stabile e un impasto alveolato, perfettamente umido ed elastico che riesce a sciogliersi in bocca. 
  • Conservabilità naturale: L’acidità prodotta dai batteri lattici contribuisce a rallentare lo sviluppo di muffe e a migliorare la durata del prodotto finito senza l’utilizzo di conservanti artificiali.

 

  • Percezione di digeribilità: i prodotti a lievitazione naturale risultano più “leggeri” e digeribili. La percezione, ovviamente, varia da persona a persona e dipende anche dalle farine utilizzate e dal grado di idratazione, maturazione e cottura; ma approfondiremo questo più avanti. 

Ci sono, quindi, elementi chimici e biochimici che testimoniano, spiegano e verificano l’importanza che riveste il lievito madre in un processo di lievitazione salutare. Per cui possiamo oggettivamente affermare che il lievito madre non è una moda, ma semplicemente il modo giusto, lento e naturale di fare lievitazione

Lievito madre: è davvero più digeribile?

Quando una cosa viene ripetuta sempre, in mancanza di conoscenze specifiche di settore, si tende a pensare che sia soltanto una moda o un luogo comune. Ma nel caso del lievito madre, non è così. Il lievito madre è scientificamente più digeribile grazie ad alcuni processi biochimici che avvengono durante la sua lunga fermentazione. Vediamoli nel dettaglio: 

  • “Predigestione” di una parte dei nutrienti

Nel lievito madre, come abbiamo già detto convivono: lieviti (che producono CO₂ e alcol) e batteri lattici (soprattutto lattobacilli che producono acidi e una serie di enzimi/metaboliti). Con il tempo questi microrganismi iniziano a scomporre una parte di carboidrati e proteine dell’impasto. In pratica, fanno in anticipo una parte del “lavoro” che altrimenti dovrebbe fare il nostro apparato digerente.

  • Riduzione di zuccheri fermentabili (FODMAP) e della sensazione di gonfiore

Molti fastidi (gonfiore, aria, crampi) non dipendono dal glutine in sé, ma da carboidrati che arrivano poco digeriti al colon e lì vengono fermentati dalla flora intestinale (con produzione di gas). Le fermentazioni lunghe—e spesso il lievito madre in modo più marcato—tendono a ridurre parte di questi zuccheri fermentabili e questo si traduce in meno lavoro del colon e conseguente minore produzione di gas.

  • Fitati e minerali: maggiore biodisponibilità

I fitati (acido fitico) legandosi a minerali come ferro, zinco, calcio e magnesio, li rendono meno assorbibili. Con la fermentazione del lievito madre l’impasto diventa più acido e questo aiuta ad attivare la fitasi, un enzima che “rompe” in parte i fitati, rendendoli più biodisponibili. 

  • Svuotamento gastrico e sensazione di “peso”

Lo “svuotamento gastrico” è la velocità con cui lo stomaco manda il cibo nell’intestino: se è più lento, puoi percepire più “peso”. Nei prodotti a lunga lievitazione l’impasto può avere una struttura più stabile e una migliore gestione dell’acqua; quindi, una maggiore masticabilità. Questo cambia la consistenza del “bolo” alimentare che arriva nello stomaco e quindi incide veramente sulla percezione di digeribilità. 

 

Lievito madre vs lievito di birra: le differenze

Innanzitutto, è necessario chiarire la differenza più concreta: lievito madre e lievito di birra non sono la stessa cosa a livello microbiologico. Il lievito di birra è una coltura selezionata, composta in prevalenza da un unico lievito (Saccharomyces cerevisiae), pensata per essere stabile, prevedibile e rapida, mentre il lievito madre è una fermentazione naturale complessa: un equilibrio tra lieviti selvaggi e batteri lattici che convivono e lavorano insieme. 

Da qui derivano le differenze nell’impiego. Con il lievito di birra si lavora bene quando servono tempi più brevi e una lievitazione facilmente programmabile: è uno strumento efficiente, diretto, che “spinge” in modo rapido. Il lievito madre, al contrario, richiede gestione e tempi più lunghi, ma in cambio costruisce un processo di maturazione: non è solo “far crescere l’impasto”, è farlo evolvere. Per un panificio artigianale questo significa poter curare ogni fase, rispettare il tempo come ingrediente e mantenere un’identità costante e riconoscibile.

E poi ci sono i risultati, quelli che si sentono “al morso”. Un impasto lavorato con lievito madre tende a sviluppare una complessità aromatica più ampia, una fragranza più profonda e una struttura dell’impasto completamente diversa dal punto di visto di armonia elasticità e umidità, ma anche più stabile nel tempo, caratteristica per cui non richiede l’utilizzo di conservanti. Il lievito di birra, invece, porta di solito a un profilo gustativo più neutro e anonimo e ha bisogno di conservanti chimici per avere una maggiore durata. 

Infine, c’è il tema della digeribilità, che viene spesso associato al lievito madre: è un argomento reale, come abbiamo visto, che al di là della percezione di gusto, che può essere sempre più o meno soggettiva, rappresenta un fatto oggettivo e scientifico inconfutabile. 

 

Lievito madre: la verità non può essere smentita

Dati chimici e biochimici e non solo chiacchiere da social dimostrano che il lievito madre è davvero un agente lievitante straordinario, altamente digeribile e con un fortissimo carattere, un ingrediente vivo e attivo che non ci possiamo permettere di perdere o di dimenticare. Per questo è compito nostro e di ogni panettiere che si rispetti proteggerne l’identità e la tradizione. 

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